La prima stretta del nuovo decreto di Draghi e il Dpcm in arrivo già nel week end (con il rischio lockdown)

Il primo provvedimento del governo su Covid-19 firmato il 22 febbraio non cambia il metodo di Conte. Il Dpcm che sostituirà quello del 5 marzo forse già nel fine settimana. Ma intanto si attendono i risultati del report dell’Iss. E per la variante inglese c’è il rischio di chiusure ulteriori

Il primo decreto su Covid-19 del governo Draghi, approvato ieri 22 febbraio dal consiglio dei ministri, porta una stretta anche se non ancora un lockdown sulle zone rosse, dove vengono fermate le visite a parenti e amici, oltre a prolungare il divieto di spostamento tra regioni fino al 27 marzo (ma si potrà andare nelle seconde case), in attesa del nuovo Dpcm che il 5 marzo dovrebbe cominciare a regolare una serie di riaperture (soprattutto tra ristoranti e centri sportivi) per le quali però sarà decisivo il report #41 dell’Istituto Superiore di Sanità. E che potrebbe arrivare in anticipo, forse già nel week end. 

E quindi dopo che due domeniche fa, appena insediato, Mario Draghi ha dato via libera al riconfermato ministro Roberto Speranza per prorogare la chiusura degli impianti sciistici, che ha suscitato polemiche perché arrivava all’ultimo momento nella settimana della crisi politica, in attesa del Dpcm “delle riaperture” il decreto 22 febbraio restringe le libertà dei cittadini: “In considerazione dell’evolversi della situazione epidemiologica, il Dl dispone la prosecuzione, fino al 27 marzo 2021, del divieto di spostarsi tra Regioni, salvi gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità o motivi di salute”.  Il provvedimento:

  • proroga il divieto di spostamenti tra regioni fino al 27 marzo;
  • lascia in vigore la regola che limita gli spostamenti verso le abitazioni private a due adulti con in più solo i figli minori di 14 anni ma solo in zona gialla o in zona arancione; in zona rossa sono vietati;
  • Il Consiglio dei ministri nomina il generale Pietro Serino nuovo capo di stato maggiore dell’Esercito. Il Consiglio dei ministri è terminato dopo circa un’ora.

I fan del “Draghi cambia tutto, basta Dpcm” sono quindi rimasti delusi e il decreto legge 22 febbraio non è ancora stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale – dove fa capolino l’ordinanza di Speranza sulle regioni del 19 febbraio scorso – e si parla di un peggioramento della situazione epidemiologica che è stato spiegato dal ministro Speranza durante il CdM: Il Fatto Quotidiano racconta che ieri a livello nazionale i pazienti nei reparti ordinari sono aumentati di 351 unità, quelli nelle terapie intensive di 24. Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionale, prevede l’aumento dei casi in Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Trentino e Alto Adige, Toscana e Umbria. Si attende anche il nuovo studio dell’Iss sulla variante inglese: le stime dicono che la prevalenza dovrebbe attestarsi al 30/35%, la sua maggior trasmissibilità è nell’ordine del 39%. Intanto i tecnici di Palazzo Chigi lavorano al decreto (o al Dpcm) che sarà in vigore dal 5 marzo, quello che detterà le eventuali nuoveregole per l’Italia “a colori” a seconda del livello di rischio individuato dalla Cabina di regia ministero della Salute/Istituto superiore di sanità ed elenca le attività vietate. 

Intanto però Draghi ha dato un altro segnale: mentre ieri uno degli azionisti della sua maggioranza di governo poneva il tema della riapertura dei ristoranti “in sicurezza” la sera e quello dei centri sportivi e delle palestre, il presidente del Consiglio faceva sapere di aver avuto un colloquio con Angela Merkel proprio sull’emergenza sanitaria: ha intenzione di seguire l’esempio tedesco sulle restrizioni, ovvero partire dall’autocritica della Cancelliera che qualche tempo fa ha spiegato di aver sbagliato a sottovalutare l’emergenza seguendo le tesi dei governatori dei laender, e che una maggiore durezza prima avrebbe fermato la recrudescenza dell’epidemia poi verificatasi. In un discorso pubblico Merkel ha avvertito i cittadini che a causa delle varianti del coronavirus il numero di contagi potrebbe aumentare di dieci volte entro Pasqua se il Paese non avrà successo nel contenerne la diffusione. Confermando le restrizioni imposte a dicembre, le scuole, i negozi e i servizi non essenziali che continueranno a rimanere chiusi. 

Un Dpcm nel week end e il rischio lockdown

Le cronache dei giornali tornano a raccontare di un consiglio dei ministri diviso tra aperturisti e rigoristi, anche se sono cambiate – di poco – le parti in commedia, visto che adesso ci sono Lega e Forza Italia a rinforzare il primo asse. Ma con scarso successo, finora. Anzi: scrive oggi Repubblica che il Dpcm che dovrebbe “liberare” l’Italia il 5 marzo programmando graduali riaperture alla fine del mese per passare una Pasqua in tranquillità per ora non ha esattamente quel verso, anzi: 

Un ulteriore inasprimento è atteso col provvedimento al quale sono già al lavoro a Palazzo Chigi e al ministero della Salute. La scadenza del Dpcm dell’ultimo Conte è il 5 marzo, ma la linea della discontinuità imporrà il varo diversi giorni prima, a quanto pare entro questo fine settimana.

Il governo Draghi quindi per ora non sembra avvicinarsi nemmeno lontanamente alla linea di Salvini sulle riaperture graduali ma se ne discosta nei fatti (d’altro canto era stato lo stesso premier a parlare di governo di poche parole e tanti fatti) approntando un nuovo decreto e preparando un nuovo Dpcm che vanno verso una stretta. Non un lockdown totale, non ancora visto che quello arriverà se la variante inglese dovesse davvero portare il contagio a raddoppiare velocemente e a crescere poi esponenzialmente. La Stampa spiega che il nuovo Dpcm è atteso già per il week end, per onorare l’impegno a prendere provvedimenti per tempo preso con le Regioni. E spiega che riguardo le chiusure di cinema, teatri, palestre, piscine, oltre che bar e ristoranti la sera, in scadenza il 5 marzo, l’orientamento di Draghi è l’esatto contrario dell’ansia da “liberazione” che promulgano Salvini e altri nel governo: 

I primi contatti del Cts con gli uomini di Draghi a Palazzo Chigi sono serviti per mettere almeno su questo un punto fermo: con le varianti che minacciano una terza ondata, riaprire attività considerate dagli scienziati a più alto rischio sarebbe un suicidio. Così come è da rispedire al mittente per gli esperti la proposta delle Regioni di dare meno peso all’Rt e maggior rilievo ai ricoveri.

E questo perché l’indice di contagio è il primo indicatore a muoversi. Anzi, al governo è stato proposto di vedere in senso restrittivo anche i parametri: in zona arancione bisognerebbe finirci con Rt a 0,9 e non a 1, in zona rossa con l’indice di contagio a 1,24. Perché, come ha spiegato il professor Andrea Crisanti a Today.it, l’unico modo di chiudere la stalla prima che i buoi siano scappati è cogliere per tempo i segnali che vengono dall’indice di contagiosità, visto che con le varianti la trasmissione del virus viaggia il 39% più veloce: “I segnali della terza ondata ci sono tutti, la variante inglese è già al 35%, fra due settimane rischiamo 40mila casi”. E anche se la crescita dei contagi non è ancora iniziata “c’è sempre un periodo di latenza da considerare. Certe curve all’inizio sono piatte e poi improvvisamente vanno verso l’alto. Ci stiamo avviando verso la terza ondata. Forse riusciamo per una volta a fermarla prima che ci esploda tra le mani però…”. Con il lockdown? “Certo. C’è poca differenza tra zona rossa ed arancione, ma una stretta va fatta”.

Il Dpcm, o decreto ministeriale o più propriamente decreto della presidenza del consiglio dei ministri, è un atto amministrativa emanato dal capo del governo nell’esercizio della sua funzione e che non viene sottoposto ad alcuna verifica. Spetta ai prefetti monitorare il rispetto delle misure adottate. E una stretta, o un lockdown, non è esclusa con il provvedimento del week end: come spiega il Corriere della Sera, la linea del premier è realista più che rigorista e per questo Palazzo Chigi attende i dati del report #41 del monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità e del ministero della Salute, per prendere decisioni “sulla base di dati specifici e appropriati”.

Il decreto 22 febbraio e le riaperture di Pasqua 

In attesa del testo del decreto 22 febbraio, dove – con gli allegati – sarà possibile capire in base a quali segnali della situazione epidemiologica il governo si è mosso, ecco il comunicato di Palazzo Chigi:

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Mario Draghi e del Ministro della salute Roberto Speranza, ha approvato un decreto-legge che introduce ulteriori disposizioni urgenti in materia di contenimento dell’emergenza epidemiologica da COVID-19. In considerazione dell’evolversi della situazione epidemiologica, il decreto dispone la prosecuzione, fino al 27 marzo 2021, su tutto il territorio nazionale, del divieto di spostarsi tra diverse Regioni o Province autonome, salvi gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità o motivi di salute. Resta comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione.

Fino al 27 marzo 2021, nelle zone rosse, non sono consentiti gli spostamenti verso abitazioni private abitate diverse dalla propria, salvo che siano dovuti a motivi di lavoro, necessità o salute. Gli spostamenti verso abitazioni private abitate restano invece consentiti, tra le 5.00 e le 22.00, in zona gialla all’interno della stessa Regione e in zona arancione all’interno dello stesso Comune, fino a un massimo di due persone, che possono portare con sé i figli minori di 14 anni (o altri minori di 14 anni sui quali esercitino la responsabilità genitoriale) e le persone conviventi disabili o non autosufficienti. Nelle zone arancioni, per i Comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti, sono consentiti gli spostamenti anche verso Comuni diversi, purché entro i 30 chilometri dai confini.

Ma si potrà andare nelle seconde case anche fuori regione dopo il nuovo decreto di Draghi? Il Messaggero spiega oggi che visto che il 5 gennaio scorso il governo Conte ha chiarito in una faq che questo è possibile, questa linea resterà valida fino al nuovo provvedimento, ovvero proprio il Dpcm in preparazione e che dovrebbe vedere la luce già nel week end. E questo è valido anche per le seconde case che si trovano in zona rossa. Spiega il sito di Palazzo Chigi: “È sempre consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione. Dal 16 gennaio 2021 è venuta meno l’esclusione delle cd. seconde case ubicate dentro e fuori regione dal novero delle proprie abitazioni cui è sempre consentito il rientro”.

Le seconde case e il nuovo decreto Draghi 

Precisando poi: “Dal 16 gennaio 2021, le disposizioni in vigore consentono di fare “rientro” alla propria residenza, domicilio o abitazione, senza prevedere più alcuna limitazione rispetto alle cosiddette “seconde case”. Pertanto, proprio perché si tratta di una possibilità limitata al “rientro”, è possibile raggiungere le seconde case, anche in un’altra Regione o Provincia autonoma (e anche da o verso le zone “arancione” o “rossa”), solo a coloro che possano comprovare di avere effettivamente avuto titolo per recarsi nello stesso immobile anteriormente all’entrata in vigore del Decreto-legge 14 gennaio 2021, n. 2. Tale titolo, per ovvie esigenze antielusive, deve avere data certa (come, per esempio, la data di un atto stipulato dal notaio, ovvero la data di registrazione di una scrittura privata) anteriore al 14 gennaio 2021.  Sono dunque esclusi tutti i titoli di godimento successivi a tale data (comprese le locazioni brevi non soggette a registrazione). Naturalmente, la casa di destinazione non deve essere abitata da persone non appartenenti al nucleo familiare convivente con l’avente titolo, e vi si può recare unicamente tale nucleo. La sussistenza di tutti i requisiti indicati potrà essere comprovata con copia del titolo di godimento avente data certa (art. 2704 del codice civile) o, eventualmente, anche con autocertificazione. La veridicità delle autocertificazioni sarà oggetto di controlli successivi e la falsità di quanto dichiarato costituisce reato”. Intanto prosegue anche la saga del vaccino autarchico. Il Sole 24 Ore spiega oggi che ’ipotesi prevalente resta la produzione da parte di aziende terze a valle di accordi commerciali con le multinazionali detentrici dei brevetti. “Non ci sarebbe bisogno che lo Stato acquisti i diritti, da sempre nel mondo farmaceutico ci sono partnership di questo tipo”, dice il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, che è anche a.d. di Janssen italia (Johnson&Johnson) e che fino a qualche tempo fa non sembrava a favore dell’ipotesi di produrre in Italia. Il problema sembrano essere soprattutto fattibilità tecnica e tempi, almeno 4-6 mesi. “Stiamo cercando di capire se ci sono aziende in grado di supportare la produzione – spiega Scaccabarozzi – e soprattutto in quali fasi. Potrebbe essere la produzione vera e propria con i bioreattori se ci sono, o anche l’infialamento come già accade ad esempio con la Catalent di Anagni”. Il rischio è che la produzione arrivi a regime quando non ce ne sarà più bisogno.

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